È protesta grande sul web a causa dell’ipotesi di cancellazione di Sense8, che non avrebbe così una terza stagione, dopo gli interessantissimi sviluppi del secondo ciclo. Una protesta che spero cresca con quel vigore tale da convincere i capoccia di Netflix a gettare via ogni esitazione (troppi costi e troppa fatica) e dare compimento, seppur con un film, alla storia di uno dei serial più belli ed intensi mai realizzati. Non è un’esagerazione: la serie, creata dalle sorelle Wachowsy (Matrix) con J. Michael Straczynski e partita nel 2015, parla sì di otto sconosciuti sparsi nel mondo che iniziano a percepirsi in ogni modo possibile e che devono unire le forze per fronteggiare una pericolosa organizzazione decisa a lobotomizzarli, ma parla anche di altro.

Di accettazione, amicizia, libertà, coraggio, di non temere ciò che non conosciamo, ma parla soprattutto di un’assoluta verità per ogni essere umano: il bisogno che egli ha dell’altro. Il bisogno di comprensione che, più o meno inconsciamente, cerchiamo in parenti e amici e che temiamo di non riuscire a trovare mai veramente. Perché? Perché se non lo vivi non puoi capire. Problema risolto per gli 8 sensate, che si beccano il “potere” di entrare l’uno nelle menti (e nei sensi) dell’altro/a. Sense8, insomma, parla dei nostri bisogni e desideri, come delle nostre paure e speranze e ci ricorda che “io non sono un io, ma sono anche un noi”, citazione di Nomi. Mentre è Jonas (Naveen Andrews, il Sayid di Lost) a spiegare a Will che “non sei più solamente tu”.

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Una serie già cult per il travolgente montaggio a incastro, la storia che ti avvolge senza via d’uscita, il cast perfetto, location e culture in cui ci immergiamo sbalorditi, momenti memorabili come il Whats’Up? cantato in contemporanea dagli otto protagonisti (e il pezzo delle 4 Non Blondes è rinato in tutto il mondo) e momenti coraggiosi come un’orgia a sorpresa. Una serie giustamente cult per la sua capacità di creare una profonda empatia (elemento fondamentale nella trama) con chi ha scelto di seguirla e inevitabilmente amarla, attraverso dei personaggi in cui riconoscersi è quasi un obbligo.

Era dai tempi di Lost, abc della serialità di alto livello, che non mi affezionavo ad un cast come avviene per Will, Riley, Lito, Nomi, Wolfgang, Kala, Capheus e Sun. E, stando alla fandom scovata in rete, so per certo di non essere il solo a pensarla così.

Sense8 è un grido d’amore verso il genere umano, nella speranza che esca dalle sue ristrettezze e impari a comprendere, ad aprirsi, ad amare incondizionatamente. Che impari ad uscire dai suoi egoismi e tenda una mano all’altro. Perché c’è sempre da tendere una mano. Basta solo ricordarsi che “io non sono un io, ma sono anche un noi”.

Nella foto cover, il cast di ‘Sense8’ in una scena della seconda stagione: da sinistra, Max Riemelt (il tedesco Wolfgang), Toby Onwumere (il kenyota Capheus), Doona Bae (la coreana Sun), Jamie Clayton (la californiana Nomi), Miguel Ángel Silvestre (il messicano Lito), Tina Desai (l’indiana Kala), Tuppence Middleton (Riley, islandese trapiantata a Londra) e Brian J. Smith (Will, americano di Chicago).