Giovane siciliano di Bagheria (Palermo), Alessandro Buttitta (foto a lato) è un espertone di serie televisive, oltre ad essere un giornalista di rara squisitezza.buttitta Non lo dico perché è un amico o perché ho avuto il privilegio di collaborare con lui per Ed è subito serial, una delle prime testate giornalistiche dedicate alla serialità televisiva, di cui era il Direttore. Ma perché il suo garbo, e la sua preparazione, ovvio, lo hanno aiutato ad aprire parecchie, interessantissime porte. Oggi è un insegnante di lettere nella scuola pubblica, ma continua a scrivere di serial e non solo: collabora infatti con diversi giornali, tra cui Huffington Post e TvZap di Repubblica, occupandosi di televisione, fumetti e libri. Ha lavorato per oltre due anni nella redazione di Rai4 al programma Mainstream ed è stato, inoltre, tra gli analisti di TvTalk su Rai3. Chi, meglio di lui, dunque, può aiutarmi a capire quanto sia oggi cresciuto, amato e discusso il mondo delle serie? 

Qual è, a tuo avviso, l’andazzo generale della serialità televisiva? Quanto stanno cambiando le cose con l’avvento dei giganti dello streaming come Netflix?

game-of-thrones-season-6-postersL’asticella si alza continuamente. C’è tanta qualità, la competizione fa benissimo in tal senso. Lo spettatore ha tante alternative: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Certo, ognuno di noi dovrebbe avere giornate lunghe più di 24 ore per apprezzare tutta questa offerta. 

Gli assoluti cult da anni ormai provengono dalle tv via cavo, come Game of Thrones e The Walking Dead. Com’è possibile che la tv generalista non sia quasi più in grado di “sfornare” prodotti di enorme successo come Lost o Dr. House?

Come cult parlerei anche di Mad Men, Breaking Bad, la prima stagione di True Detective, House of Cards e Narcos. Provengono tutte da canali e piattaforme a pagamento. La tv generalista non riesce più a piazzare la serie dell’anno per vari motivi: l’eccessiva competizione di cui parlavamo prima, le idee più originali finiscono altrove, il loro pubblico chiede altro con le relative esigenze di palinsesto. Ricordiamo però che sul fronte comedy le migliori cose le vediamo sempre sulla tv cosiddetta generalista.

Concordo. Soffermiamoci ora sulle differenze con i prodotti nostrani: se si escludono le differenze di tipo economico, in cosa la serialità italiana continua a differire da quella americana?

Si sono fatti molti passi avanti rispetto agli scorsi anni. Sky ha dato più di una scossa. Penso a Gomorra, al Romanzo Criminale che l’ha preceduta o all’imminente The Young Pope di Sorrentino. La Rai cerca di coniugare innovazione e tradizione con risultati più o meno fortunati, mentre Mediaset è assolutamente ferma, immobile nel già visto e già detto, con formule stantie. Cosa manca? Budget, la cura delle sceneggiature che è alla base di ogni opera e unlost-skimo mercato che assorba le idee più originali. Sky è l’unica che ha una visione internazionale, ma i titoli sono ancora pochi.

Quali sono le serie più belle di tutti i tempi per te?

Faccio un podio, altrimenti la lista è lunga. Dico Lost, Sons of Anarchy e Breaking Bad. Sul fronte comedy non posso che dire Friends e Scrubs. Attualmente le serie che vedo con più piacere e trepidazione sono Game of Thrones, The Affair e Narcos. Inoltre ho un debole per le miniserie della BBC che riadattano grandi classici della letteratura come Guerra e Pace di Tolstoj o i romanzi di Dickens.

E quella con il finale più controverso e meno apprezzato? Ti prego, non starai per rispondere Lost, vero?

No, non si tratta di Lost! Ma di Chuck, senza dubbio. È una serie geniale – negli ultimi tempi un po’ inflazionata vista la programmazione di Italia1 – che ha avuto un epilogo a dir deludente. Spero facciano un film per risollevare le sorti di un piccolo gioiellino.