Dal 1 Maggio è disponibile su Netflix la nuova serie firmata Ryan Murphy e Ian Bremmer. Hollywood che racconta Hollywood, anche se per questa volta, sul piccolo schermo. L’industria statunitense ci ha abituato (e non poco) a commemorare la sua storia, evidenziandone problematiche politiche e sociali. Basti pensare ad Ave Cesare! dei fratelli Cohen, a The Artist di Hazanavicius e a Once Upon a Time in… Hollywood di Tarantino, lavoro più recente e vivido nella mente dei cinefili. La storia ha come protagonisti un gruppo di persone, le cui vite si intrecceranno nella macchina fabbrica soldi/sogni che è Hollywood. Dal punto di vista narrativo, quindi, troviamo una grande freschezza e spensieratezza, arricchita dalla fantastica connotazione storica: la Los Angeles di ‘40s. La storia si sviluppa su più livelli, per poi giungere a un unico punto d’incontro. Il fulcro è un nuovo progetto degli ACE Studios, il film Peg, che si fa portavoce del messaggio di questa miniserie. Il tutto culmina con la cerimonia degli Oscars, che dà un degno epilogo e la spinta per una storia, che continuerà (tramite stagioni successive o meno) fino alla Hollywood che conosciamo. La regia e la fotografia non sono perfette ma del tutto godibili, dando giustizia piena alla bellezza di questa fiaba d’altri tempi. I movimenti di camera sono fluidi e la stabilità d’immagine permea tutta la serie. Si nota molto il contrasto tra vita quotidiana e scene cinematografiche (che ricreano i film dell’epoca).

Jim Parsons

Nel cast, anche Jim Parsons nei panni dello spietato agente di spettacolo Henry Willson. Nella foto cover, gli altri protagonisti: da sinistra, Laura Harrier, David Corenswet, Darren Criss, Jeremy Pope, Samara Weaving

Questa differenza è riscontrabile anche nella recitazione: gli attori sono molto naturali e sciolti, ma quando si va in scena l’atteggiamento cambia radicalmente: conversazioni macchinose, pronuncia dell’inglese differente e movenze legnose. Questa differenza l’avevamo notata anche nell’ultimo lavoro di Tarantino seppur ambientato in un’epoca diversa, avvolto da un alone di esagerazione. I temi trattati sono molteplici: il razzismo, il sessismo, e l’omofobia. Netflix ha provato ad evitare (a differenza delle altre produzioni) di forzare il messaggio buonista, regalando un appello genuino e sincero a chiunque (e perché no, ai potenti del settore). La serie tratta anche il tema dello scandalo: tutti o quasi tutti sono disposti a qualunque cosa per arrivare ai propri obiettivi, come i vari Jack Castello, Henry Willson (Jim Parsons, strepitoso, finalmente lontano dallo Sheldon Cooper di The Big Bang Theory) e Rock Hudson di questa Hollywood. Gli scandali e gli intrighi si mischiano tra personaggi fittizi e reali, come lo stesso Hudson, Noel Coward e Vivien Leigh. La stessa cosa accade per i film menzionati durante tutti gli episodi.

In conclusione, Hollywood ci mette davanti, con una ricostruzione nuda e cruda, degli individui dell’epoca che hanno cambiato il modo di fare film, di fare storia, di vivere. È Raymond stesso (Darren Criss) a farci capire che il potere in mano ai produttori è immenso, poiché i film in modo negativo o positivo cambiano la vita delle persone, spingendole e sognare, a credere e a vivere secondo le loro passioni. Alla fine della serie quindi vediamo in lontananza, come una piccola luce, o forse una pronipote fiera, la Hollywood di oggi: ha ancora molto su cui lavorare, ma è sulla strada giusta. Dreamland arriviamo! Ah, e chiaramente, vedetela!