Ha appena 23 anni ed è già riuscito a fare della sua più grande passione, quella per le serie televisive, un lavoro. Non solo collaboratore di testate on line quali DailyBlog, Vasto24, linkiesta o cartacee come Series Magazine e Telefilm Magazine, ma anche autore di libri sul meraviglioso mondo dei serial. Si chiama infatti Sguardo serial. I telefilm che raccontano la contemporaneità (Galaad Edizioni), il primo libro di Andrea Cinalli, scrittore di Atessa (Chieti), ed è un piccolo gioiello che ogni appassionato di questo universo dovrebbe avere. Ecco le 5 domande che ShowbizZ aveva in serbo per Cinalli.

Com’è arrivato Andrea Cinalli ad amare in questo modo le serie televisive?

La passione è sbocciata da piccolo quando seguivo Streghe, Buffy l’ammazzavampiri e Smallville e si è alimentata crescendo, grazie agli studi e ai testi – romanzi e saggi – che leggevo. È stato grazie a queste serie se ho iniziato a scrivere. Quando frequentavo le elementari e le medie abbozzavo storie che in qualche modo ricalcavano le vicende che tratteggiavano e ho sempre pensato che da grande avrei fatto lo scrittore. Sin da piccolo, considero il telefilm americano come un romanzo, con la sua ricchezza e complessità narrativa, espressiva e attanziale. Un accostamento, quello fra universo seriale e mondo letterario, che oggi rimbalza sui quotidiani e le riviste settoriali più prestigiose. E non è un caso se il telefilm è più che altro opera di scrittori (in particolari degli “showrunner”, i capo-autori) e non di registi, che nella serialità tv sono figure secondarie. 

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Da dove nasce questo bel progetto di Sguardo Serial ?

Tutto è partito da un consiglio di Simone Gambacorta, il critico letterario del quotidiano di Teramo per il quale scrivevo, La Città. È stato lui, che aveva già pubblicato altri saggi, a incoraggiarmi a confezionarne uno nel quale raccogliere i testi inizialmente destinati alle testate con cui collaboravo, rimaneggiandoli, arricchendoli e tagliuzzandoli allo stesso tempo, in modo da ottenere, appunto, un libro che potesse essere definito tale. È stato fantastico ricevere l’approvazione della casa editrice, la Galaad Edizioni. Davvero un piccolo miracolo. Gli editori, Paola Vagnozzi, Paolo Ruggieri e Stella Caporale, sono fantastici, onesti, disponibili e gentili, che – leggendo le esperienze di giovani autori online – mi sembra sia una rarità. Grazie a questo libro posso definirmi scrittore (scrittore-saggista), che è un grande riconoscimento per uno che ha inseguito per anni inutilmente il tesserino da pubblicista, spesso turlupinato da giornalisti provinciali, ipocriti e disonesti. E, come dico sempre, è il punto di partenza verso la mia prossima meta: la pubblicazione del primo romanzo.

Ah però! E, sono curioso, qual è la serie che più di tutte è riuscita a “formarti”?

Senza dubbio, Twin Peaks. Mi ha insegnato che non ci sono limiti alle possibilità narrative del testo (tele)filmico. Come un romanzo stratificato, racconta un mistero imponente e maestoso che abbraccia un’opulenza scenica e sequenziale da far impallidire i capolavori da Oscar. È stato con Twin Peaks che il mystery – nelle sue sfumature sia metafisiche/supernatural (The Leftovers) sia ‘murder mystery’ (The Killing, Broadchurch) – mi ha irretito. Dopo averla recuperata nel 2009 – quando la trasmisero in prima tv su Canale 5 non ero ancora nato! – ho sempre cercato serie che appartenessero a quel macro-genere e che in qualche modo ne riverberassero l’abbacinante fulgore degli arzigogoli stilistici.  

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La serie cult “Twin Peaks”

In che modo consigli e soprattutto convinci qualcuno ad avvicinarsi al mondo dei serial?

Prendo sempre come riferimento le passioni dell’interlocutore. Se so che un tizio è interessato alla politica, gli consiglio The West Wing – Tutti gli uomini del presidente e House of Cards. Se si tratta di un’amica che pone molta attenzione al look, le consiglierei Jane By Design o Gossip Girl, per esempio. Un po’ come – tornando al paragone di sopra – consigliare un romanzo. Mi baso sempre sui vissuti altrui. Poi oggi l’opera di convincimento è molto più facile, visto che si fa un gran parlare di serie americane e le guardano praticamente tutti.

A te che sei molto giovane, chiedo: perché non si è mai più riusciti, dopo The OC, a trovare un gran bel teen drama?

Io credo che il teendrama nudo e crudo, come lo abbiamo conosciuto ai tempi di Beverly Hills, 90210, fosse da subito destinato all’obsolescenza per penuria di possibilità narrative che traghetta nelle lande aride del ‘già visto’. Penso che il teendrama funzioni solo se meticciato col thriller, l’horror, il mystery o il giallo. È il cocktail di generi, la chiave del successo, oggi. È il solo modo per raccontare l’adolescenza senza imbattersi nella stucchevole poltiglia scenica di tresche amorose dal sapore trash che indispone lo spettatore. È quello che accade con The Vampire Diaries, Pretty Little Liars o Finding Carter: non appena si concede un loculo della struttura narrativa alla ‘linea rosa’ (come la chiamano gli sceneggiatori dalle nostri parti), subito si passa al mistero centrale, all’enigma che catalizza davvero l’attenzione degli spettatori. Credo sia questo il solo futuro possibile per il genere.