Toni Servillo, a teatro, dove si esibiva da attore e regista con Elvira, ha rimproverato uno spettatore che armeggiava col cellulare, chattando e rispondendo a chiamate. Tanto da convincerlo ad interrompere lo spettacolo e scendere tra il pubblico per chiedergli: “Potrebbe mettere via il telefono? Stiamo cercando di lavorare. Questo è il teatro, non la televisione”. Reazione, peraltro, accolta dai presenti con una grossa ovazione. Questo il fatto, che tutti sappiamo. Ma, forse è affare meno noto, qual è la rappresentazione teatrale che sta impegnando il divo de La Grande Bellezza (al Bellini di Napoli fino al 12/02)?

Elvira è tratta da un testo di Brigitte Jaques, che trascrisse alcune lezioni di Louis Jouvet, uno dei più grandi attori e registi francesi del Novecento, a una giovane attrice, Claudia, sulla seconda scena di Elvira nel Don Giovanni di Molière. E mette in campo lezioni di teatro e, al tempo stesso, di vita. Che parlano a chi il teatro lo fa, o semplicemente lo ama. Anzi, che parlano davvero a tutti, perché, attraverso la non facile strada dell’introspezione, si parla dell’importanza di saper stare al mondo.

Cosa che probabilmente non sa chi acquista un costoso biglietto per una grossa pièce teatrale, per poi snobbarla perché distratto da altre “urgenze”. E se la colpa non fosse dello sventurato vittima del rimprovero di Servillo? Se la colpa fosse di chi non gli ha mai spiegato che c’è una buona differenza tra la costruzione, con diversa attenzione richiesta, tra un’opera come Il Segreto, soap spagnola sugli intrighi di Dona Francisca, e un testo, è il caso di Elvira, che prova ad entrare con elegante forza nei nostri animi? Inscenando altri intrighi, quella della nostra stessa vita.

Quel che conta, avrà pensato il rimproverato, è esserci, anche senza coscienza del valore con cui si sta armeggiando. Anche senza la preoccupazione di aprire il proprio, piccolo mondo ad un universo ancor più bello e costruttivo.

Non sia mai si dovesse crescere grazie all’enigma teatro. Pace all’anima di Jouvet.