Fabio Guaglione e Fabio Resinaro sono gli autori e i registi di Mine, film dalla ipnotica bellezza uscito lo scorso 6 ottobre e capace di sbatterci in faccia una importante verità: se dotati degli strumenti giusti, oltre che di un talento creativo straordinario, gli italiani possono comporre capolavori che agli americani danno polvere in pasto. Ne mangia tanto di polvere il soldato, manco a dirlo americano, Mike Stevens (Armie Hammer, The Social Network, J. Edgar), bloccato con il piede sinistro su una mina antiuomo e impossibilitato, pena la morte, a fare qualsiasi movimento. Un survival movie che mette letteralmente in ginocchio il protagonista, e non solo a causa di questa sciagura nel deserto afghano in cui si trova. Un’opera ricca di suggestivi contrasti e inattesi colpi di scena e anche capace, cosa niente affatto scontata, di entrare nelle nostre teste per darci una lezione che difficilmente scorderemo. Per nulla scontata, inoltre, la disponibilità e l’umiltà di Fabio & Fabio, come anche si fanno chiamare, il cui (doppio) nome cresce rapidamente in spessore grazie al successo di questo loro primo lungometraggio. Con il corto sci-fi Afterville (2008) vincono il Gran premio European Fantasy a Sitges, il più importante festival del cinema fantastico e da lì si punta ai contatti a stelle e strisce: arriva infatti l’incontro con Peter Safran, produttore di Buried – Sepolto, che sceglie di credere in Mine. Girato in Spagna (a Fuerteventura, nelle Canarie), si appresta ora ad una distribuzione che porterà il talento di questi due ragazzi milanesi molto, molto oltre i confini nostrani.

A che punto siete con la montagna russa di emozioni nel vivere la rivoluzione che Mine sta rappresentando per la vostra vita da registi e, perché no, anche da uomini?

Fabio R: L’uscita di Mine è arrivata proprio nel momento in cui eravamo davvero esausti, distrutti dalla postproduzione e dalla preparazione della promozione. In quella fase, che è durata per tutto l’ultimo anno, ci si è trovati ad avere a che fare con un confronto quotidiano con i mille problemi in corso. Quindi quello che ci era rimasto addosso era soprattutto la “sofferenza” e i punti di forza del Film che erano quelli che ci avevano motivati dall’inizio, erano stati quasi dimenticati. Benché fossimo razionalmente soddisfatti del risultato finale, forse inconsciamente quella sensazione ci predisponeva in un certo stato di ansia da prestazione. Quindi, questo tipo di esordio nelle sale, con una risposta di pubblico e critica esaltante, ha rappresentato sicuramente un grosso “respiro di sollievo”. Ed ora, sono gli altri a farci tornare in mente le cose buone contenute in questa storia ed il motivo per cui ci abbiamo creduto così tanto fin dall’inizio.

Fabio G: Sì, spesso capita che qualcuno ci spieghi perché apprezzi un determinato passaggio di scrittura o di regia, e noi diciamo “aah..ecco perché l’abbiamo concepita così anni fa..” (Ride). Scherzi a parte, è davvero emozionante. Ogni giorno riceviamo messaggi privati, testimonianze davvero toccanti di persone a cui il film ha risuonato dentro. Alla fine…è questo il motivo per cui ci siamo spaccati per più di tre anni.

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I due registi sul set di “Mine”. Da sinistra, Fabio Resinaro e Fabio Guaglione

Come si arriva a mettere in piedi un progetto così ambizioso?

Fabio R: “Con ambizione”, direi (ride). Penso sia vero che parte della riuscita di questo progetto sta nel fatto che non abbiamo mai smesso di credere di poterci riuscire e, negli anni, con molta determinazione e forse testardaggine non abbiamo mai considerato di ripiegare su percorsi forse più consueti.

Fabio G: Bisogna avere una scorta inesauribile di passione. So che suona naif, ma è così. È il motore che ti alimenta anche nei momenti più bui. E poi secondo me serve tanta strategia. Fin dall’inizio sapevamo che l’idea de “L’uomo sulla mina” avrebbe attirato l’attenzione di un produttore e dei finanziatori. Era un gancio troppo potente. E poi sapevamo che il ruolo del protagonista di questo film, essenzialmente un one-man-show, avrebbe ingolosito qualche attore conosciuto ma in cerca di affermazione delle sue capacità. Faceva parte del “piano iniziale” per riuscire a fare un film. Così come lo era trovare un concept che non richiedesse 30 milioni di dollari di investimento…

Dopo registi come Mainetti e Sollima, il vostro exploit sta facendo compiere ulteriori passi avanti alla creatività nostrana. Ma dove credete, o sperate, si stia effettivamente andando con la cinematografia italiana?

Fabio R: Speriamo vivamente che quest’ultimo anno abbia fatto cadere definitivamente dei Tabù sul film di genere fatto dagli italiani. Sembra effettivamente che stia nascendo una volontà nuova all’interno del sistema che sta accogliendo questa ondata di nuovi talenti con molto favore. Diciamo che…era ora! Senza nulla togliere alle altre categorie di film, è probabilmente inevitabile per il nostro cinema, se vuole sopravvivere, cominciare a confrontarsi con questo tipo di cinematografia e, perché no, con un mercato internazionale.

Fabio G: Includerei anche Matteo Rovere e Sidney Sibilia. Penso che i segnali sulle preferenze del pubblico, guardando i risultati dei box office degli ultimi mesi, siano più che chiari. C’è anche una sorta di orgoglio nazionalista nella volontà di riprendersi un tipo di cinema che si è perso

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Una scena del film: il protagonista Armie Hammer con l’attore inglese Clint Dyer

forse alla fine degli anni settanta. Diciamo che, parlando con gli addetti dell’industre italiana, finalmente si sono aperte delle porte. Ora bisogna vedere se il sistema cercherà di supportare questi autori. Io spero e credo di sì.

Qual è il motivo che vi rende particolarmente orgogliosi di Mine?

Fabio R: Il fatto che, nonostante i necessari compromessi – che per altro hanno migliorato il film- fatti lungo il percorso della sua realizzazione, Mine ci rappresenta. E si tratta di un film molto coraggioso che nasconde all’interno di un codice di Genere molti strati di significati per noi molto importanti. Poi, ovviamente, ci inorgoglisce il fatto che ora il pubblico sembra apprezzarlo molto e proprio per questa sua natura. Forse abbiamo avuto ragione…ad un certo punto durante le lavorazioni è sembrato il film dovesse cambiare molto.

Fabio G: Sì, può piacere o meno, ma Mine riflette le nostre personalità e il nostro stato attuale di autori. In questo senso può essere un film imperfetto, sbilenco, ma estremamente onesto. Penso che questa onestà sia arrivata a chi l’abbia visto. Infatti molte recensioni, anche quelle che evidenziano gli aspetti meno riusciti, evidenziano la potenza emotiva del film. Non è cosa da poco, in questi tempi cinici. A me piace molto il fatto che il messaggio del film sia in grado di smuovere chi lo guarda. Mi sono arrivati diversi messaggi di persone che, dopo averlo visto, hanno deciso di “fare il passo” nella vita. Cosa si può chiedere di più ad un film?

Il grande cinema sembra avervi finalmente aperto le porte. Se invece dovesse a breve arrivare la proposta di fare una bella serie tv? Pensate sia nelle corde di Fabio & Fabio?

Fabio R: Assolutamente sì, ci piacerebbe molto confrontarci con questo tipo di narrazione che consente di costruire dei personaggi in un arco di tempo più lungo. Abbiamo molti progetti nel cassetto e alcuni di questi sono proprio delle Serie…

Fabio G: Sì, sì! Siamo dei megalomani, vogliamo fare tutto, trilogie, serie tv, fumetti, videogiochi…adesso che abbiamo “fatto il passo”, vogliamo conquistare il mondo!

Fabio Guaglione ride di gusto dopo l’ultima risposta. E fa bene, perché la sua risata felice è quella che dovremmo fare tutti pensando che Mine, pur parlando di un “movimento bloccato”, è l’ultimo, più vigoroso passo in avanti del nostro cinema.