Una moderna “dark novel” in bilico tra i fratelli Grimm, De Sica e Fellini

Es, Io e il super Io, in un piano dicotomico e viscerale, l’incanto crudo di una fiaba moderna raccontata con delicatezza e compassione dal regista  Edoardo De Angelis nella sua opera terza “Indivisibili”,  lavoro maturo e summa della sua breve ma intensa carriera. Daisy e Viola, le due gemelle siamesi unite dalla nascita tra coscia e bacino, sono le due protagoniste della pellicola o forse entrambe un corpo unico oggetto del racconto del regista napoletano/casertano, immerse in uno scenario desolato tra il mare e la terra, violentato da un degrado che dallo spirito ne riversa i segni su una figura  bella ed innaturale. Il mostro o la diversità più genericamente intesa cavalca  un senso opportunistico più che una reale opportunità di riscatto umano, necessario in una dinamica di  feroci intrecci sociali, 53077dove la sabbia s’ imbrunisce, la pietra si consuma e i desideri restano a contemplarsi nel mezzo. Il racconto di “Indivisibili” si sviluppa su un doppio costante e dicotomico, in bilico tra l’essere e l’agire, dove l’uno si aggrappa all’altro  senza svilirne i bisogni e la necessaria presenza; un’opera laica, che si serve della religione per sconfessarla, liberandosene definitivamente, per evocarne quel senso di oppressione che sprofonda nel peccato, allontanando ogni forma d’aspirazione e di piacere, legittimo, più sacro del sacro che è la vita.

Come in un moderno Hänsel e Gretel , è qui che il padre padrone/matrigna spinge le due figlie a scappare mentre la mamma, svilita da un’esistenza marcia e svuotata dai sensi di colpa, si arrende all’idea delle piccole donne che crescono ed urlano il bisogno di cambiamento e libertà; la lussuriosa barca in mare, qui caleidoscopica metafora della casa di Marzapane della strega cattiva dei Grimm (tramutatasi in un discografico vile e senza scrupoli) che attira la due gemelle attraverso l’esca del denaro, del potere, della seduzione; in quell’ambiente bohème e a tratti Boteriano, dove corpi sgraziati si confondono tra il piacere e il paradosso e vecchi neonati si lasciano allattare da seni innaturali, il duo Daisy e Viola ritrova la sua speranza di salvezza attraverso l’inganno naif del “tè alla pesca”, l’espediente che viola e spezza l’ incantesimo, attraverso una presa di coscienza e di ingenuità dei pochi e lucenti anni. E poi la fuga attraverso il mare purificatore, le banconote disperse a tracciare un percorso di “non” ritorno come fossero molliche di pane , i corpi sfiniti lungo la spiaggia che introducono la resa ultima; il sacrificio della carne, dove la Madre (le due Madonne) si unisce al dolore del figlio (dei suoi figli) portandone il peso delle stimate in un iter di Via Crucis e successiva Via Lucis, riconsegna sul finale un sentimento di compassione e misericordia, un ultimo atto d’amore, di morte e  resurrezione.

Un nuovo “neorealismo magico” lo si potrebbe definire, sospeso tra Fellini e De Sica, dove l’oppressione reale dei limiti del luogo e dell’inferno  impattano con forza e sentimentalismo contro un’immagine di rinascita e paradisiaca speranza, tra poesia nuda e paradossi morali; è in quel ponte di tessuti e vasi comunicanti che si staglia il cinema di De Angelis, come trait d’union tra le maschere del primo Sorrentino e le macerie sociali e morali dell’opera di Garrone. Daisy e Viola sono una metafora dell’animo umano, sono ognuno di noi in bilico tra paura e desiderio, minaccia e oppressione, fuga e ritorno, peccato e redenzione; in quel corpo divelto, sul finale, c’è tutto quello che lasciamo alle nostre spalle (il sostenersi abbracciandosi di schiena), che custodisce ciò che eravamo e sostiene quello che  siamo disposti a diventare.