Articolo di Gabriele Russo pubblicato su “Caffè Procope (marcianise.info)”

È un Quentin Tarantino intenso quello che viene fuori da “C’era una volta a…Hollywood, nono (e forse penultimo) lungometraggio del papà di “Pulp Fiction”. Che racconta del tentativo dell’attore in decadenza Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), seguito come un’ombra dal suo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt) che si prende cura di lui, di ridiventare una stella di prim’ordine. Intenso, quindi, ma “non troppo come in Kill Bill, non troppo poco come in The Hateful Eight”, per citare un amico con cui discutevo di quest’opera che sembra stia dividendo la critica. Perché il film, ambientato nella Los Angeles del 1969, nella stessa estate in cui la setta di Charles Manson si preparava ad ammazzare malcapitati tra cui Sharon Tate (qui col volto della bravissima Margot Robbie), la moglie di Roman Polansky, si diverte forse troppo a divagare perdendosi in quella cinefilia citazionista che a Tarantino stavolta piace più del solito.

Il motivo è presto detto: mai come stavolta il regista del Tennessee desiderava parlare con incondizionata passione del cinema che l’ha cresciuto, nella città che l’ha cresciuto, pure attaccando con scanzonata arguzia l’industria del cinema hollywoodiano, classista e spietata. Ma la storia, nello snodarsi tra tre piani narrativi, quello di Rick, divo in crisi, di Cliff, che tiene botta con una vita al limite e della bella Sharon, in rapida ascesa d’attrice, tende a perdersi nel dilatare situazioni che potevano avere più sveltezza e appassionarci con una storia che andando oltre l’ordinarietà di personaggi da cinema più o meno affermati avrebbe certamente ipnotizzato. Non sarebbe stato neanche difficile, dato il cast da urlo (Pitt sconfigge Di Caprio a mani basse), la fotografia di quel genio di Robert Richardson e una regia che, ma i tarantiniani lo sanno bene, non fa una piega.