Che la tela dell’Annunciazione di Massimo Stanzione (1585-1656), nella Chiesa della SS. Annunziata di Marcianise, alle spalle dell’altare, sia meravigliosa lo sanno tutti in città (e dintorni). Che lo Stanzione sia stato ai suoi tempi un’autentica rock star della pittura, invece, non è cosa assai nota. Nativo di Frattamaggiore o Orta di Atella (la disputa tra le due cittadine è ancora aperta), iniziò l’attività artistica tardino, quasi trentenne, ma ciò non gli impedì di apprendere, studiare, capire, esplorare, esaminando i lavori di chi ne sapeva più di lui, a cominciare dal manierista e suo maestro Fabrizio Santafede (ma molto deve al tratto di Battistello Caracciolo). Stette a Roma più volte, affascinato da Caravaggio, i Carracci e Guido Reni, che più di tutti seppe influenzarlo, specie nell’elegante fervore cromatico delle sue opere. Non a caso, il buon Massimo si meritò l’appellativo di “Guido Reni napoletano”.  

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L’Annunciazione di Massimo Stanzione nella Chiesa di Santa Maria Regina Coeli

Eclettico e infaticabile, passò dalle grandi pale d’altare a imponenti cicli di affreschi religiosi: lavora, ad esempio, per la Certosa di San Martino a Napoli e per la Cattedrale di Pozzuoli, ma si distingue anche sul terreno mitologico, realizzando, tra l’altro, un grande Sacrificio di Bacco oggi al Prado di Madrid. Dal 1630 di casa a Napoli, divenne uno degli artisti di punta del 17° secolo, assieme a colleghi/rivali come Josè de Ribera, e in molti, tra i quali Francesco Solimena, cercarono la sua stessa potenza figurativa. Assai ammirato da chi lo ha studiato, è definito dall’autorevole Bernardo De Dominici “virtuosissimo artefice del disegno”, ma anche “eccellente” e “onesto cittadino”. E l’autore delle Vite dei pittori, scultori ed architetti napoletani è uno che non le manda a dire. Tanto per capirsi.

L’Annunciazione di Marcianise, datata al 1655, giunge dopo altri, medesimi soggetti per altre Chiese, assai simile per impostazione e dolcezza compositiva, come l’Annunciazione (1642) della Chiesa di S. Maria Regina Coeli a Napoli. Il dipinto marcianisano, manco a dirlo il più bello, offre, come fa notare Salvatore Costanzo (in Marcianise: urbanistica, architettura e arte nei secoli), una Vergine Maria in serena meditazione, smarrita da un lato (la mano destra sul petto) e coraggiosa nella sua accettazione dall’altro (la mano sinistra, aperta). La composizione si erge su più triangoli sovrapposti, la teatralità dell’ingresso dell’angelo racconta dell’apertura verso la novità del barocco, cui l’artista si avvicinò poco prima della morte, causata dalla peste. La luce giunge dall’esterno con un vigore che sarebbe caravaggesco se non fosse per la dolcezza cromatica cui lo Stanzione si era ormai abituato e la location non ha interesse a figurarsi a chi guarda. Per niente, visto che l’emozione estatica del momento si erge, e giustamente, ad assoluta e indiscussa protagonista.