Fra tutte le frasi fatte che nutrono una certa retorica di città, a lasciarmi un po l’amaro in bocca e a darmi l’ansia di voler assecondare (non per molto) quanto si dice, è sempre stata la frase “la gente a teatro vuole ridere”. Ed è così, senza dubbio alcuno. Fuga dalle preoccupazioni, dalla stanchezza del lavoro e delle problematiche più o meno quotidiane. Il mio terrore , tuttavia, è che ancora non sia diffusa l’idea secondo cui “la gente a teatro deve volersi emozionare”. Che si rida, che si pianga, che si rifletta, o che si tenga semplicemente un sorriso sereno che torna a più riprese nel corso dei 100 minuti di spettacolo.

Emozionarsi al CineTeatro Ariston di Marcianise, ormai deciso alla chiusura dopo una imponente storia lunga 40 anni, è sempre stato facile per me. Da regista, e lì ho portato in scena il primo spettacolo da me concepito, col meraviglioso gruppo di Teatro Distinto. Da attore, e da quel palco ho scagliato folgori divine, fatto “uscire pazzo il parrocchiano” o recitato romantici versi poetici di Prévert. Da appassionato di cinema, e lì, piccino coi miei fratelli, ho visto il primissimo film sul grande schermo, era Gli Aristogatti.  Ma in quel tempio dell’arte che è il Teatro Ariston io mi emozionavo innanzitutto come persona. Perché sapevo, e mi auguro che in moltissimi hanno poi avuto la fortuna di saperlo, che quello era un piccolo mondo a se stante, dove l’anima si allenava. Si allenava a farsi sempre più bella.