Roberto Conchiglia ha 37 anni, è marcianisano ed è un infermiere. Uno di quelli che ci mette il cuore. Uno dei tanti, dei tantissimi che con medici e operatori sanitari si è ritrovato improvvisamente trasformato in un “soldato in trincea” che combatte, resiste e, come tutti noi, spera. Lo conosco da tanto e, dopo aver visto su Facebook una sua foto col volto maledettamente segnato dalla mascherina, gli ho chiesto di raccontarmi. Per provare ancora a comprendere ciò che si fa davvero fatica ad accettare. Ed eccola la sua testimonianza. 

< Da 15 anni sono infermiere di area critica in Rianimazione. Come per i miei coetanei non ho mai vissuto una pandemia, una maxi emergenza sanitaria. Guardavo e sentivo della Cina a dicembre. Li guardavo da lontano e dicevo: “caspita, sempre a loro! Magari certe cose se le cercano, arrivando a mangiare pipistrelli e carne di cane!”. Poi, inevitabilmente, sentivo l’avvicinarsi del contagio fino a quando, metà febbraio, ha toccato le nostre terre settentrionali. Ci siamo allertati, abbiamo iniziato a studiare i casi, creato video per come vestirci in questi casi e come curare! Arriva la telefonata del mio direttore: “entro “ieri” bisogna trasformare il nostro reparto di rianimazione in Intensive Covid-19 Resuscitation Care.”. Un massacro stava per avere inizio! Ore ed ore senza dormire, senza mai fermarci, per capire i percorsi sporco-pulito, la decontaminazione, la vestizione con le tute, la procedura per la terapia sperimentale.

Ti cambia la vita, allontani i tuoi cari, ti metti in isolamento perché la paura del contagio è davvero tanta.

Arriva il primo paziente. È surreale anche solo ammetterlo: sembrava un marziano, in una barella con biocontenimento. Ne arriva un altro e un altro ancora e ancora. In seguito, mi arriva una richiesta via mail di un paziente con nome e cognome a me familiare. Vedo la data di nascita. Ed è lui, proprio lui, un mio carissimo amico divenuto uno dei tanti, troppi casi Cov+. Sembra letteralmente caderti il mondo addosso, ma sai che puoi e devi resistere. E pensi. Pensi con sgomento a quanto sia assurdo che un “nemico” venuto dalla Cina, un posto così lontano da te, sia riuscito ad invaderti al punto da segnarti con violenza, sia fisicamente che moralmente. La salute è un bene fondamentale, prezioso. Che può essere messa in discussione anche da un minuscolo panetto di lievito di birra, di quelli che servono per fare la pizza. Perché il mio amico voleva la pizza ed era andato al supermercato a comprare gli ingredienti per l’impasto. Senza mascherina, perché ormai erano finite. >