La cosa più difficile in fotografia è rimanere semplici.

(Anne Geddes)

 

Mi torna in mente la frase della famosa fotografa australiana quando penso ai lavori di Gaetano Montebuglio, giovane fotografo di Capodrise (Caserta). Le sue creazioni, infatti, si vestono di semplice ma sempre suggestiva eleganza, e diversamente non potrebbe essere vista la disarmante genuinità di Gaetano che, dall’alto del suo valore e dei suoi trascorsi professionali da vero artista, potrebbe assestarsi su un piedistallo che in realtà neppure conosce. Membro dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti Tau Visual e del CPS (Canon Professional Service), ha preso parte a tante mostre fotografiche, tra cui Sguardi Campani. Dieci fotoreporter, dieci modi diversi di guardare il mondo, al Centro Commerciale Campania (2011). Ha fatto la foto di copertina del libro di Annalisa Minetti Iride veloce come il vento (Ed. San Paolo, 2012) e del suo cd Nuovi giorni (Lungomare, 2012), oltre a collaborare con personaggi del calibro di Lorella Cuccarini, Ron, Mariella Nava, Alessandro Preziosi (nella foto in basso), Kledi Kadiu, Claudia Koll e molti artisti del territorio, come Michele Casella. Ma l’umiltà di chi non ha bisogno “di tirarsela” per diventare grande, continua ad affiancarlo fedele. Oggi è socio di MS Fotografi, fondato nel 2013 con la collega Charlotte Sørensen. 

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Quando è stato il momento in cui hai deciso che saresti diventato un fotografo?

Sai che non me lo ricordo? La fotografia mi affascina da quando ero bambino, mi piaceva capire le luci, le ombre, trascorrevo intere giornate a “giocare” con la macchina fotografica di mio padre e a guardare le foto di famiglia. Per anni questa passione ha ceduto il passo alla musica e al teatro, fino al 2003/2004, quando ho comprato una macchina fotografica (a rullino) con i miei risparmi e ho cominciato ad applicarmi con più disciplina alla materia. A voler trovare un periodo preciso, dobbiamo cercarlo negli anni dell’Università, quando ho cominciato a scattare foto di danza e teatro, aprendo poi uno studio mio. Ricordo un giorno quando, durante l’ultimo incontro per la correzione della tesi, il mio professore di diritto amministrativo mi pose la fatidica domanda: “Ma davvero non vuoi fare l’avvocato?”. Ecco, forse quel giorno ho svoltato veramente, sebbene avessi già aperto il mio studio da 3 anni. E il giorno dopo la laurea, alle 8 del mattino, ero da un cliente per fotografare gioielli.

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Perché ci si fa conquistare da un’arte come quella della fotografia?

Ti rispondo in maniera soggettiva, perché la fotografia ha mille modi per conquistarti e ciascuno può reagire diversamente ai numerosi stimoli che offre. Ci si può innamorare della tecnica, della “magia” della camera oscura, oppure degli svariati settori della fotografia (ad esempio, amare prima il calcio o la natura e poi appassionarsi alla fotografia sportiva o naturalistica). Io mi sono innamorato della luce che vedevo sulle foto di famiglia. Quei rullini carichi di tonalità calde mi hanno sempre fatto pensare che i ricordi, se sai conservarli, hanno un sapore particolare, e nelle tue mani c’è una enorme possibilità: fermare il tempo nel preciso istante in cui c’è un’emozione, conservare per sempre quel preciso stato d’animo.

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Com’è cambiato il mondo della fotografia professionale in un’epoca travolta da editing di ogni genere e social che partoriscono “fotografi” d’ogni sorta?

L’evoluzione del digitale ha cambiato sicuramente i tempi e l’approccio all’immagine fotografica e il settore professionale ne ha tratto profitto in termini di creatività e rapidità. Tuttavia, questa accelerazione ha fatto presa anche nel settore amatoriale e oggi, considerato il livello di certe immagini, non riusciamo sempre a distinguere una foto amatoriale da una foto professionale, almeno in alcuni ambiti. Spesso, però, è vero il contrario: si prendono per “buone” anche immagini di qualità scadente, a tutti i livelli. Basti pensare al bombardamento di certi giornali on line (figli degli smartphone) o alla pessima qualità di certi servizi che vediamo nei tg, anche in quelli più blasonati. Eppure, sono convinto che il fotografo professionista ha ancora molto da dare, specialmente in casi in cui può esprimere al meglio le sue doti e proporre lavori di qualità. C’è una cosa, nonostante le tantissime sfumature, che rende la fotografia professionale ancora così affascinante: la responsabilità di rendere un servizio su commissione. Finché ci sarà tensione verso un risultato, un committente che sa apprezzare le differenze tra i vari modi di lavorare, la fotografia professionale avrà ossigeno. La “vecchia” fotografia professionale mi è passata accanto “di striscio”, poco prima di virare completamente al digitale: ho fotografato tanto con i rullini e ancora oggi mi diverto a scattare diapositive. Oggi le immagini contano moltissimo, l’evoluzione del digitale consente l’invio di foto praticamente in diretta, senza nemmeno passare per un computer. Non sempre, però, rapidità e qualità vanno d’accordo: bisogna fare i conti con la post produzione. E sapere scegliere “quando” e “quanto” è importante nel nostro lavoro (ma questo dipende dai singoli casi, e ciascuno ha il suo modo di interpretare la post-produzione che, indubbiamente, è un passaggio fondamentale nella realizzazione di una foto).

Quali sono i grandi fotografi a cui ti ispiri o ti sei ispirato?

Sicuramente Sebastião Salgado, Jeff Ascough, Salvatore Esposito, Giovanni Izzo e…Caravaggio.

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La collaborazione con Charlotte Sørensen è uno dei segreti del successo della vostra attività. Come si riesce a collaborare senza pestare i piedi all’estro artistico dell’altro?

Basta un po’ di buon senso e tanto rispetto per il lavoro altrui. Abbiamo pensato di creare uno studio associato proprio perché intendiamo la fotografia di matrimonio (e di cerimonia, più in generale) esattamente allo stesso modo, cioè senza “imporre” pose agli sposi, lasciandoli liberi di vivere – pienamente e “veramente” – il loro giorno. L’aspetto particolare è che, al di fuori delle cerimonie, ciascuno si occupa anche di altro (Charlotte è un’ottima fotografa di architettura, ad esempio, mentre io mi dedico prevalentemente alla foto di danza e di scena), portando il proprio know-how nel reportage matrimoniale. Questa cosa è fondamentale, perché ci permette di uscire facilmente dai soliti cliché e raccontare con verità, sapendoci “mettere da parte” durante il servizio, senza rubare la scena ai veri protagonisti.

Perché se vali, e questo Gaetano dovrà consentirmi di aggiungerlo, non hai bisogno di rubare la scena a nessuno. In fotografia, come in tutti gli altri ambiti della vita.

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