Dubstep. Burial e altre alchimie sonore è il titolo del libro d’esordio di Giuliano Delli Paoli, casertano, classe 1980, e uno che di musica e scrittura se ne intende. Poiché è redattore, da ben 11 anni, di ondarock.it, una delle più importanti e seguite webzine musicali italiane, della quale coordina la sezione elettronica. Fin da bambino ascolta musica a 360°, con una particolare predilezione per i generi di stampo elettronico nell’accezione più ampia del termine: dalla disco music alla musica ambient, passando per la techno e le avanguardie tedesche. Ama inoltre il funky dei meravigliosi anni Settanta e il soul d’annata. Ha scritto innumerevoli recensioni per ondarock.it, intervistato svariati musicisti e curato monografie di alcuni dei nomi più apprezzati degli ultimi anni, tra cui Burial, Four Tet, Flying Lotus, James Blake, Kanye West, The Field. Il libro è uscito lo scorso 7 Dicembre, edito per Crac Edizioni ed è il racconto di uno dei fenomeni musicali più discussi e apprezzati dell’elettronica da intrattenimento del nuovo millennio, attraverso i maggiori protagonisti e il suo esponente più misterioso e celebrato: Burial. Per ShowbizZ, da intervistatore passa ad intervistato.  

giuliano-delli-paoliFocalizziamoci sul dub, sul termine e su tutte le evocazioni che questo genere intima a chi produce e ascolta musica

Per rispondere al meglio a tale domanda, occorre dare qualche coordinata. Il dub deriva dal genere ska e dal rocksteady giamaicano, e nasce come variante strumentale del reggae. E’ un (sotto)genere che ha influenzato parecchio la cultura underground di matrice nera, e in seguito anche i circoli “bianchi” della East Coast. Il dub è uno stile in apparenza molto semplice, ma è al tempo stesso anche conturbante, quindi modellabile a proprio piacimento. A prescindere da quello classico e genuino dei maestri Lee “Scratch” Perry, King Tubby e Keith Hudson, possiamo individuarlo nei lavori più impensabili, talvolta in una forma del tutto “stropicciata”, come quella che traspare in album come “The Flower Of Romance” dei Public Image Ltd. Poi ci sono i casi estremi, vedi la folle deturpazione attuata dal movimento No wave newyorchese nei tardi Settanta; il tutto senza contare le derive “discotecare” contemporanee, l’esperienza di Adrian Sherwood, e i vecchi marpioni come Mad Professor. Il dub evoca quindi tantissime cose, e continua ad avere un ruolo tutto suo nella musica popular. Di certo, quella strana cosa chiamata dubstep trae linfa solo da un aspetto peculiare del dub, quantificabile nell’incedere poderoso e stralunato del basso. I manipolatori del dubstep hanno modificato a loro volta l’utilizzo di questo strumento, introducendo i cosiddetti wobble bass, ovverosia bassi super potenziati creati a tavolino, e con lo scopo di stordire totalmente l’ascoltatore. Insomma, quella del dub è un’evocazione decisamente camaleontica e che continua a sorprendere.

L’esperienza di ondarock lega indissolubilmente ad un certo modo di consumare musica; che valore hanno avuto ed hanno i webzine nel divulgare la musica pre e post Bertoncelli/Scaruffi

Ondarock è una webzine nata nel 2001, dunque nel primissimo stadio del web. Lungo tutto il decennio zero ha saputo cogliere i benefici della mutazione epocale della rete insieme a pochissime altre webzine, garantendo una quantità considerevole di informazioni musicali, e approfondimenti a mio avviso difficili da trovare talvolta anche su carta. Scaruffi e Bertoncelli, invece, appartengono a loro modo ad un passato più o meno recente dell’informazione musicale maggiormente legato all’aspetto enciclopedico, nonostante il primo sia stato uno degli esperimenti on-line più bizzarri e provocanti della primissima ora. Di certo, il passaggio dal formato fisico a quello digitale – comodamente reperibile in qualsiasi luogo e in qualunque maniera – ha mutato parecchio gli assetti dell’informazione musicale. Eppure, in tutto questo tran tran di mutazioni la divulgazione digitale ha avuto comunque il suo bel corso, riuscendo a scrollarsi via via di dosso il peso di un certo legame critico con il passato. Le influenze patriarcali sono state spazzate dal cambiamento in atto, dal modo in cui ci si approccia oggi alla musica popolare, ma sono state cancellate anche dalla crescita di uno strumento potentissimo, a mio avviso sempre poco citato, e in piccola parte antesignano di social network come twitter e facebook: il cosiddetto “forum di discussione”. E’ in tale improbabile luogo che moltissimi musicofili hanno arricchito la propria curiosità, confrontandosi quotidianamente su temi altrimenti irraggiungibili, e correggendo giorno per giorno il proprio tiro, i propri errori. Le webzine hanno poi capito di doversi organizzare diversamente, tenendo in considerazione l’avvento di una nuova fruizione “materiale” (che parte dal semplice peer to peer illegale, fino ad arrivare ai vari spotify, soundcloud e chi più ne ha, più ne metta). Vista la situazione in cui ci troviamo, le recensioni dovrebbero rinunciare al voto. Lo trovo oramai obsoleto. In un mondo sempre più veloce, il fatidico numerino in fondo all’articolo potrebbe deviare l’attenzione dal contenuto stesso. Per me va bene tendere una mano alla tempestività richiesta dal web, ma occorrerebbe anche preservare i contenuti e le parole. Inoltre, le webzine dovrebbero sfruttare maggiormente il sostegno delle moderne piattaforme digitali, in modo da interagire al meglio con la tecnologia, offrendo (pre)ascolti, podcast, video, etc. Personalmente, continuo ad adeguarmi a determinati modelli. Scrivo per una webzine e una rivista cartacea che ancora usano l’espediente matematico ai fini valutativi. Ma se dovessi scegliere, opterei per qualcosa di più umano, e meno “accademico”. Insomma, rinuncerei al voto. Chi mi conosce sa che questo è uno dei miei cavalli di battaglia. Quando si ripresenta l’occasione sono sempre tra i primi (e tra i pochi) a rincarare la dose su questa “riforma”. Purtroppo, la maggior parte degli amici redattori la pensa diversamente da me.

Soffermiamoci su Burial: la strenua di Thom Yorke nel ricercarlo può considerarsi come un ritorno dal senso di colpa del pop e della suadubstep_front crocifissione, per ricercare quella scura purezza di chi ha fatto dell’assenza la sua religione?

Yorke mostrò la sua ammirazione per Burial durante un dj set allestito nel lontano 2008 presso il celebre club “Low End Theory” di Los Angeles. Solo tre anni dopo, nel 2011, riuscì a collaborare con lui. E lo fece grazie all’aiuto di uno come Kieran Hebden (meglio noto come Four Tet). Tutto questo la dice lunga su quanto sia estremamente difficile avvicinarsi ad uno come Burial e su quanto sia genuina e sincera la sua fuga dallo star system. Burial è davvero uno che se ne frega della celebrità e del successo. Tuttavia, la segretezza che caratterizza la sua figura credo centri solo parzialmente. Penso sia stata soprattutto la vena melanconica presente nella sua musica ad aver attirato l’attenzione di un peso massimo come il cantante dei Radiohead. L’assenza dalla scene di Burial, tra l’altro, è totale ed è un caso quasi unico. Lui non si esibisce dal vivo e non ha mai rilasciato un’intervista televisiva. Insomma, uno come Burial avrebbe dovuto essere in cima alla lista delle celebrità che tendono a non mostrarsi citata dal Papa di Sorrentino. Circa la crocifissione del pop, a mio modesto parere essa avviene ogni giorno. Purtroppo è un’agonia perenne. Basta accendere la tv e guardare uno dei tanti talent musicali proposti dai canali più disparati. Chi li disprezza oggi è mediamente bollato come snob. Io invece credo che questa tendenza a sdoganare e giustificare qualunque proposta o format sia in realtà la vera essenza dello snobismo contemporaneo. Altro che post dubstep e hipsteria. 

La musica Dub e ancor di più l’elettronica, attecchiscono parecchio sul tessuto sonoro campano ed in particolare sul suolo partenopeo: qual è la visione critica al mondo che contraddistingue un certo retaggio umano e sintetico al contempo e, in maniera più ampia, una disamina su ciò che strettamente riguarda la nostra terra di provincia?

E’ un discorso a suo modo complesso. Forse da queste parti qualcosa ci lega ancora a mamma Africa, ma non saprei dire con esattezza cosa sia. Di certo, la musica dub ha sempre avuto il suo bel seguito soprattutto a Napoli. Il solo centro sociale Officina 99 di Via Gianturco ha rappresentato per anni il punto di riferimento assoluto per tutti gli amanti del settore. Poi ci sono eventi come il Moses Village organizzato nella splendida location del Belvedere dell’Eremo dei Camaldoli che richiamano ancora oggi tantissimi ragazzi. Al contrario, il genere dubstep continua a restare materia più o meno sconosciuta.

L’elettronica da intrattenimento in scia house e techno, invece, ha una storia ancora più ricca. In tal senso si potrebbero citare organizzazioni del passato come Angels Of Love e Question Mark, e puntare lo sguardo al periodo d’oro della scena house partenopea a cavallo tra i Novanta e i Duemila; ma anche la cosiddetta Techno Made in Naples che ancora oggi tenta di preservarsi al meglio, sposando alla sua maniera passato e presente. Tuttavia, mancano grosse label che potrebbero garantire una nuova ondata di produttori nostrani, dando così “voce” alle diverse esperienze. Le “factory” dell’elettronica da intrattenimento latitano. E’ questo il dramma.

Circa determinati percorsi inerenti la nostra amata terra, qualcosa comincia a muoversi per bene anche qui. Ultimamente vedo sempre più ragazzi interessati ad un certo tipo di musica. Mentre le offerte culturali aumentano giorno per giorno, tra mostre e spettacoli d’ogni sorta. Solo qualche anno fa tutto questo era impensabile. A tal proposito le associazioni più attive presenti sul nostro territorio continuano ad avere un ruolo a suo modo importante. Mi riferisco soprattutto ai “club” più impegnati nel corso di questi ultimi anni a Marcianise, come Archè, Etnie, Majeutica, Urban e Moloko. 

Il sogno artistico più grande di Giuliano Delli Paoli

Non sono affatto un artista, quindi non posso avere sogni artistici. Sono decisamente stonato, strimpello la chitarra come un adolescente al suo primo falò, disegno come un bimbo alle elementari e non so recitare. Ascolto solo quintali di musica da quando ero bambino e provo a “dilettarmi” con la scrittura da circa dodici anni, per l’esattezza dal giorno in cui entrai a far parte di una webzine del calibro di ondarock. Tuttavia, un sogno di questo tipo forse c’è, ed è quello di intervistare in esclusiva i Daft Punk pochi giorni prima del lancio del loro prossimo album.
Comunque, il mio sogno più grande è legato alla vita privata e non ha nulla a che fare con la passione per la musica, e nemmeno con la scrittura. Un sogno che mi ha già accarezzato e che spero mi farà esplodere di gioia al più presto. Dio o chi per esso permettendo.