Sarebbe dovuta terminare il 17 maggio la mostra dedicata ad Edward Hopper a Basilea, Svizzera, organizzata dalla Foundation Beyeler. Rimasta aperta solo poche settimane, causa pandemia, è ora riaperta per estendersi fino a fine luglio. C’è Hopper, tra i pittori più apprezzati del Novecento per la sua capacità di offrire uno spaccato unico sulla vita moderna americana, nonché artista “instagrammabile” come pochi in questi mesi di lockdown, grazie a quella sospensione verso un “al di là” che abbiamo tanto agognato e che ancora desideriamo, schiavi dell’incertezza come siamo.

Ma c’è anche il regista Win Wenders, con un cortometraggio esclusivo nella mostra, Two or three things I know about Edward Hopper, in cui immagina di dar vita e movimento ad alcuni personaggi e paesaggi hopperiani su tela.

300 le persone ammesse giornalmente ad ammirare le opere di un artista (autore di dipinti celebri quali I Nottambuli, del 1942, o Benzina, 1940) capace di silenzi struggenti e glaciali, con personaggi avvolti nel loro affascinante isolamento. Una realtà che ora ci riguarda più di ieri.